Restare umani
Vogliamo salutarci, prima di questo periodo di vacanze, con alcune parole della lettera enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV. Parole che non solo descrivono le condizioni e i criteri generali con cui muoversi nel nostro difficile tempo, ma ci sembrano indicare anche con molta concretezza lo sguardo dentro cui ogni opera umana può nascere e crescere.
Nel punto 8 della lettera enciclica, Leone XIV ricorda che “ Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore.”
E’ davvero così, anche per noi, anche per le opere che nascono e crescono qui in Kenia: prima ancora delle pietre, della scuola, dell’ospedale, ciò che spesso raccontiamo nelle nostre pagine è proprio il rinascere dei legami tra le persone, il rinnovarsi dell’impegno e della responsabilità di chi quotidianamente incontra i nostri amici in Kenia.
Come si può costruire nel bene? Il Papa, nei punti successivi della lettera enciclica, risponde così: “Costruire una città impostata sul bene comune esige, dunque, in primo luogo, di edificare sulla roccia della relazione con Dio.” In secondo luogo, edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere. Oggi, il desiderio di pienezza dell’essere umano rischia di essere deviato verso mete ingannevoli: l’illusione di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità o modelli di benessere che “lasciano indietro” interi popoli… La Chiesa ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa …Costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire” esige, in terzo luogo, una corresponsabilità coraggiosa. Nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo; e nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo: «La forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Infine, edificare nel bene domanda un linguaggio evangelico. Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie.”
È nel solco di queste parole chiare e franche che ci piace pensare al tempo che ci aspetta e che riconosciamo il compito che ci sta davanti, che il Papa sintetizza così: “abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore.”
Come Neemia, allora – noi che viviamo qui, come tutti gli amici che operano in Kenia all’Ujiachilie o alla scuola Urafiki – auguriamoci di pregare, di progettare con sapienza, di lavorare con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte.
Corrado Bagnoli


