Medical Camp al St. Damien Therapy Center.
La settimana scorsa mi è capitato di dover fare diverse tappe all’ospedale della mia città: medici competenti, strumentazione all’avanguardia, generalmente puntualità e gentilezza (tranne qualche eccezione), eppure mentre mi aggiravo nei vari reparti o aspettavo nelle sale d’attesa , guardandomi intorno, percepivo con chiarezza un disagio, meglio, una mancanza. Difficile definire questa strana sensazione che ancora adesso mi sembra di sentire sulla pelle. Partiamo dai fatti: qua e là muri scrostati, scrivanie indecorose, infermieri e medici che criticano apertamente, anche con espressioni molto pesanti e volgari, colleghi non presenti. Poi rifletto: certamente mancano i fondi per ristrutturare, negli enti statali (lo so, ci ho lavorato per quarant’anni!) c’è la burocrazia che ti impedisce di buttare qualunque cosa, anche una scrivania che non sta più in piedi, il personale è molto indaffarato e realmente non ha il tempo di occuparsi di certe sottigliezze, eppure non è tutto.
Guardo attentamente le foto provenienti dal St.DAMIEN THERAPY CENTER, sempre con quella domanda che mi frulla in testa ( che cosa manca?): mi colpiscono i palloni di colore acceso per la fisioterapia dei bambini, posti uno accanto all’altro su strutture in legno, non certo belle, ma funzionali e ordinate, le pareti dipinte che illustrano la vita di San Damiano, l’apostolo dei lebbrosi, che dicono di una dedizione totale all’altro, frutto di un incontro fatto, di un amore ricevuto e strabordante. E poi infermieri e medici indaffarati a visitare e curare 200 persone e più, in un solo giorno, trapela una vera collaborazione tra loro e ,in qualche foto, spunta un sorriso luminoso sul volto concentrato e stanco. Che cosa c’è, ed è evidente, in questo ospedale della Missione di Nairobi? Non posso evitare di notare che tutto lì è frutto di un’attenzione particolare, di una cura alla persona, che non è solo un paziente, ma un essere unico e irripetibile, voluto e donato da Dio, da accogliere, incontrare nella complessità dei suoi rapporti e problemi ( non è un caso che ad esempio nel progetto Ujiachilie si collabori con le famiglie dei bambini disabili, proponendo costantemente degli incontri anche con mamme e papà).
È evidente che, pur nell’essenzialità della struttura, c’è una ricerca della bellezza cui ogni cuore umano aspira e che è segno dell’amore incommensurabile di Dio per ciascuno, un amore che si fa tangibile nello sguardo, nelle mani operose, nei sorrisi del personale, ed anche nei palloni colorati, posti in fila sopra una semplice struttura in legno, nelle pareti affrescate, nella disposizione semplice, ma accurata dell’arredo.
Mi ha molto colpito, a questo proposito, la testimonianza diretta del Dott. Angelo Riva, dentista lombardo di lunga esperienza, che è stato protagonista del Medical CAMP per qualche giorno. Racconta di un’ avventura bella e commovente davvero: ha incontrato e collaborato con un collega africano molto preparato, che sa far fronte con serenità e competenza anche ad alcune problematiche strutturali, ad esempio mancanza di “ferri” che a noi sembrano insostituibili, ma che effettivamente non lo sono, un medico comunque pronto ad ascoltare ed imparare con umiltà. Lo ha molto colpito la mancanza di pretesa e la gratitudine di tutti, personale e pazienti, per questo tutti sorridono, anche i bambini che hanno appena estratto un dente. E poi l’accuratezza della struttura, la precisione e la chiarezza dimostrata dai responsabili del progetto, i sacerdoti in primis, e da tutti i collaboratori; a dimostrazione di ciò il Dott. Riva racconta di aver chiesto informazioni su alcuni pazienti: nella memoria del computer era tutto registrato perfettamente. Lo ha commosso ciò che ha toccato con mano: questo progetto coinvolge moltissimo anche le famiglie:” Dopo i bambini, venivano sempre anche i genitori a farsi curare”. Lui stesso si è sentito così cambiato, che racconta a colleghi, amici e pazienti ciò che ha vissuto ed anche loro si sentono coinvolti in questa avventura, tanto che stanno raccogliendo fondi per nuove attrezzature da portare a Nairobi durante il periodo natalizio.
“Zawadi: un dono che cresce grazie ad altri doni”, anche questa volta il nostro motto ha fatto centro!
Cristiana Piva


