Dove l’inferno non c’è: spazi di speranza per custodire l’umano

A Nairobi, una giovane madre, la ventenne Leah Lakujele, impossibilitata, per motivi economici, ad accedere ad una struttura sanitaria situata a meno di 50 metri di distanza dalla sua abitazione, ha partorito sul ciglio della strada.  Il telegiornale kenyota, sull’onda dello scalpore suscitato sui canali social dal video postato da uno dei passanti, ha dedicato un servizio a questo fatto di cronaca e ha rintracciato all’inizio di agosto la giovane madre per ricostruire l’accaduto.

Questi i fatti.  Il marito, una guardia notturna, era assente quando Leah ha sentito approssimarsi il momento di dare alla luce il suo bambino. Così la donna si è precipitata, dalla loro piccola e povera abitazione in lamiera, situata nel quartiere di Kahawa Wendani, verso la struttura sanitaria più vicina per ricevere un primo soccorso di emergenza. Non avendo né un’assicurazione né la somma necessaria alle spese mediche, la giovane donna è stata respinta dal personale della struttura che ha accampato la scusa di altri casi di emergenza che avrebbero reso impossibile soccorrerla. Leah si è così allontanata, ma dopo pochi passi si è accasciata sul ciglio della strada dove è nato il suo bambino. Alcuni passanti le hanno prestato un primo soccorso e hanno contattato il St. Joseph Health Centre, il cui personale è prontamente intervenuto, senza porsi alcuna domanda circa la disponibilità economica della donna, ricoverando gratuitamente lei e il suo bambino e prestando loro le cure necessarie.  “Noi l’abbiamo semplicemente ammessa, nella speranza che si trovasse una soluzione, ma anche senza soldi crediamo fermamente che ogni vita sia importante”, spiega la dottoressa Zipporah del St Joseph Health Centre, fedele al motto della struttura “Prendersi cura della persona”. 

Il St Joseph è una struttura sanitaria nata a Kahawa Wendani nel 2004, senza scopo di lucro, dalla fede e dalla carità di alcuni parrocchiani della Chiesa cattolica di St Joseph a Kahawa Sukari, nell’Arcidiocesi di Nairobi. Affidato alla gestione della congregazione dei sacerdoti della Fraternità di San Carlo Borromeo, l’ospedale ha come obiettivo “Servire Cristo servendo le persone”, come recita la scritta che accoglie all’entrata della struttura. Rispondere ai bisogni della comunità, in particolare di pazienti affetti da HIV, di madri in difficoltà e dei loro bambini. In poche parole, dei gruppi vulnerabili della società. La sua missione è quella di “ridare speranza”, offrendo servizi sanitari di qualità, ispirati ai valori cristiani. Operativo 24 ore su 24, le sue porte sono sempre aperte per servire la comunità e i dintorni.

 È stato possibile aiutare Leah proprio grazie all’Emergency Fund, il fondo pensato per pagare le cure di emergenza a persone senza assicurazione e disponibilità economiche. Questo fondo rientra tra i programmi di carità dell’ospedale, come il progetto Ujiachilie, ben noto agli amici di Zawadi, ed è destinato a garantire il pronto intervento medico ai pazienti, come Leah, che non dispongono delle risorse finanziarie necessarie per accedere alle cure.

Tutti questi servizi dipendono dalle donazioni, ma oggi rischiano di essere messi in discussione dagli attuali e complessi mutamenti geo politici, come ben descritto nell’articolo pubblicato dall’Osservatore Romano, disponibile in questa Newsletter, dedicato alla presenza dei sacerdoti della San Carlo Borromeo nella periferia di Nairobi.

“Auguriamoci” scrive Leone XIV nella Magnifica Humanitas “di pregare, di progettare con sapienza, di lavorare con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte”. La cura prestata a Leah e al suo piccolo apre uno spiraglio di luce, ci fa intravedere ciò che inferno non è. Ma ci interpella personalmente ad essere generosi e a rispondere agli appelli. Che queste luci non si spengano dipende anche da noi.

Federica Barile

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