A tu per tu col dott. Angelo Riva.
Collaboratore volontario al St. Joseph Hospital.
Noi della redazione abbiamo posto alcune domande al Dott. Angelo Riva, affermato dentista lombardo, relative alla sua visita in Kenya nel mese di novembre e alla sua collaborazione con l’ospedale della Missione.
A Novembre sei stato a visitare la Missione della Fraternità San Carlo a Nairobi in Kenya, cosa ti ha spinto ad andare sino a lá? Tra l’altro non eri solo, chi hai portato con te e perché?
Conoscevo l’associazione Zawadi da circa un anno, grazie ad Alessandro Brianza. Col tempo questo incontro aveva iniziato a lavorarmi dentro, fino a farmi sentire il bisogno di andare oltre la conoscenza teorica e di fare un passo concreto, reale. Sentivo che non bastava più “sapere”: dovevo vedere, incontrare, condividere.
Per l’esperienza lavorativa che stavo programmando in ospedale avevo bisogno del supporto della mia collaboratrice Alina, che ha aderito immediatamente, con grande generosità, rinunciando spontaneamente a giorni di ferie già programmati per il suo compleanno. È stato un gesto che mi ha colpito profondamente.
Quando poi ho comunicato in famiglia il progetto di andare in Africa, mia figlia, che ha vent’anni, ha espresso subito il desiderio di accompagnarmi, coinvolgendo anche due sue amiche. È stato bello vedere come questo viaggio parlasse anche ai giovani, suscitando in loro curiosità e desiderio di mettersi in gioco.
Alla fine il gruppo era davvero speciale: io, Alessandro, le tre ragazze e Alina. Insieme abbiamo organizzato il viaggio e, a novembre, siamo partiti con il cuore pieno di aspettative.
Avendo visto la parrocchia, la scuola e anche collaborato con l’ospedale, cosa vi ha più impressionato? E in particolare cosa avete fatto in ospedale?
Abbiamo visitato la scuola e l’ospedale accompagnati da don Daniele. Della scuola mi ha colpito subito la bellezza, una bellezza che parla di cura, di attenzione, di futuro. In entrambe le realtà, però, ciò che più mi ha impressionato è stata la concretezza del progetto che le sostiene: nulla è lasciato al caso, c’è una gestione attenta, responsabile, con obiettivi chiari e una visione a lungo termine.
Per quanto riguarda l’ospedale, il contrasto è stato fortissimo: da una parte la povertà estrema del quartiere, dall’altra una struttura che, fin dal primo impatto, trasmette ordine, competenza e organizzazione. È evidente che dietro c’è una profonda conoscenza dei bisogni reali delle persone e un grande rispetto per la loro dignità.
Io ho fatto semplicemente ciò che so fare: il dentista. Con don Daniele avevamo organizzato alcune giornate di visite e assistenza odontoiatrica gratuita per i bambini. La risposta è stata impressionante: sono arrivate famiglie intere, con una partecipazione che ci ha profondamente toccati. Ciò che porto nel cuore è la dignità con cui queste persone si avvicinavano, la semplicità, la gratitudine sincera e mai scontata per ciò che stavamo facendo.
Insieme a don Daniele e ai suoi collaboratori abbiamo individuato alcune criticità dell’ambulatorio odontoiatrico e ci siamo messi a ragionare sulle possibili soluzioni. Da quel confronto è nata la possibilità concreta di rinnovare il servizio di odontoiatria, che si è poi realizzata nelle settimane successive con la sostituzione di alcune attrezzature fondamentali.
Riteniamo che, per crescere, Zawadi abbia bisogno di persone che si coinvolgono in questa storia e non solo di donatori. Crediamo che tu ti sia sentito molto coinvolto: cosa lo ha permesso?
Sono profondamente d’accordo. Il donatore è importante, certo, ma la donazione è qualcosa che può esserci o mancare. Per portare avanti un progetto come questo, invece, è necessario sentirsi coinvolti, o forse ancora di più, sentirsi responsabili. Quando ti senti responsabile, non puoi più voltarti dall’altra parte.
Per quanto abbia cercato di conoscere Zawadi e il progetto dall’Italia, quello che si vive sul posto è completamente diverso. L’incontro diretto con le persone, con le loro storie e i loro volti, ti cambia. Si torna a casa con la sensazione di aver ricevuto molto più di quanto si sia dato, quasi con il bisogno di contraccambiare l’immenso dono umano e spirituale vissuto a Nairobi.
Da parte mia spero di riuscire a portare avanti l’impegno preso anche a livello personale. Stiamo cercando di organizzare un nuovo viaggio verso marzo-aprile e, nel mio piccolo, sto coinvolgendo altri colleghi, affinché possano vivere ciò che ho vissuto io. A febbraio, quando don Daniele verrà in Italia, ci incontreremo per organizzare tutto nel dettaglio.
Per finire: oggi che sei tornato alla vita e al tuo lavoro di tutti i giorni, come pensi di poter ancora concretamente vivere questo tuo coinvolgimento? Come renderlo operativo?
Questo coinvolgimento, in realtà, mi fa semplicemente vivere meglio. Per come sono fatto io, ho bisogno di nuovi stimoli, di qualcosa che dia senso a ciò che faccio ogni giorno. Sapere di poter fare qualcosa non per me stesso, ma per gli altri, mi riempie e mi motiva profondamente. È qualcosa che sento giusto, perché il bisogno è reale e concreto.
L’ambizione potrebbe essere quella di diventare, restando in ambito ospedaliero, una sorta di “virus buono”, capace di contagiare positivamente chi mi sta intorno. Un contagio fatto di entusiasmo, responsabilità e desiderio di fare qualcosa per gli altri, soprattutto nel mio ambiente di lavoro. Così si crea una continuità vera: non fatta solo di presenza, ma di accompagnamento, scelte condivise, formazione e sostegno concreto a don Daniele nello sviluppo di questa realtà così preziosa
Grazie mille Dott. Riva per la sua testimonianza così personale e vera!
Cristiana Piva


